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L’ho saputo davvero per caso. Il che la dice tutta.
Me ne stavo amenamente trastullando con un amico di lunga data, un giornalista neo-zelandese, con il quale ci incontriamo in un sito, chesscube.com, dove ci sfidiamo in un nostro personale duello a scacchi mentre chattiamo scambiandoci informazioni sull’Europa e su quello che accade nel continente australe e nel sud-est asiatico, di cui lui è un attendibile esperto.
A un certo punto, mi fa:
“E che ha detto Bruxelles della bomba di Amnesty International?”
“Quale?”
“Quella di tre giorni fa che gli ha ammollato il filosofo francese in piena riunione sul budget dell’Unione Europea”.
(sconcertato dalla mia ignoranza dei fatti, nonché  fortemente incuriosito, chiedo ragguagli in merito)
“Ma sì, quella dei rapinatori delle banche”
“Quali banche? Dove?”
“Nel nord della Grecia”
“Chi?”
“Gli anarchici, i ragazzi arrestati e poi torturati dalla polizia”.

A questo punto mi arrendo e confesso di non sapere di che cosa stia parlando.

E così, vengo a sapere da un neo-zelandese che abita in quel di Auckland, a 22.500 chilometri di distanza, 12 ore di fuso orario prima di noi, dall’altra parte del mondo, nel continente più lontano (in tutti i sensi) dalla nostra vecchia e cara Europa, che cosa sta accadendo a 1.000 chilometri da Roma, nel territorio che è stata la culla originaria della nostra civiltà.

E tutto grazie ad Amnesty International.

Faccio delle telefonate e mi butto in rete a caccia di notizie. In Italia, nulla. In giro per l’Europa, anche.

Notizie strabilianti in Sudamerica, in Canada, in California e sembra dovunque tra i bloggers scandinavi e nord settentrionali che scrivono nelle loro lingue.

Descrivono e raccontano qualcosa che sta accadendo in questi giorni di cui a nessuno è stata detta neppure una parola, né a Roma, né a Berlino, né a Parigi né a Londra.

Tantomeno a Madrid.

Parlano della Grecia.

Ma in termini nuovi.

Nel senso che riferiscono di una società ormai collassata, al limite della guerra civile, ormai precipitata nel baratro, sulla cui attuale realtà è stato steso un osceno velo di totale censura per impedire che le notizie vengano usate in campagna elettorale in Italia e diffuse in Spagna dove sta esplodendo la tangentopoli iberica delle banche corrotte e Rajoy ha già fatto sapere a Bruxelles che là a Madrid si corre il rischio di veder la situazione sfuggire al controllo.

La Grecia è crollata, definitivamente, sotto il peso dei debiti contratti con la BCE.

Stanno assaltando i supermercati. Ma non si tratta di banditi armati. Si tratta di gente inviperita e affamata, che non impugna neanche una pistola, con la complicità dei commessi che dicono loro “prendete quello che volete, noi facciamo finta di niente”. Si tratta della rivolta di 150 imprenditori agricoli, produttori di agrumi, che si sono rfiutati categoricamente di distruggere tonnellate di arance e limoni per calmierare i prezzi, come richiesto dall’Unione Europea. Hanno preso la frutta, l’hanno caricata sui camion e sono andati nelle piazze della città con il megafono, regalandola alla gente, raccontando come stanno le cose.

Si tratta di 200 produttori agricoli, ex proprietari di caseifici, che da padroni della propria azienda sono diventati impiegati della multinazionale bavarese Muller che si è appropriata delle loro aziende indebitate, acquistandole per pochi euro sorretta dal credito agevolato bancario,quelli  hanno preso i loro prodotti della settimana, circa 40.000 vasetti di yogurt (l’eccellenza del made in Greece, il più buon yogurt del mondo da sempre) li hanno caricati sui camion e invece di portarli al Pireo per imbarcarli verso il mercato continentale della grande distribuzione, li hanno regalati alla popolazione andandoli a distribuire davanti alle scuole e agli ospedali

Si tratta anche di due movimenti anarchici locali, che si sono organizzati e sono passati alle vie di fatto: basta cortei e proteste, si va a rapinare le banche: nelle ultime cinque settimane le rapine sono aumentate del 600% rispetto a un anno fa. Rubano ciò che possono e poi lo dividono con la gente che va a fare la spesa. La polizia è riuscita ad arrestarne quattro, rei confessi, ma una volta in cella li hanno massacrati di botte senza consentire loro di farsi rappresentare dai legali. Lo si è saputo perché c’è stata la confessione del poliziotto scrivano addetto alla mansione di ritoccare con il Photoshop le fotografie dei quattro arrestati, due dei quali ricoverati in ospedale con gravi lesioni.

E così, è piombata la sezione europea di Amnesty International, con i loro bravi ispettori svedesi, olandesi e tedeschi, che hanno realizzato una inchiesta, raccolto documentazione e hanno denunciato ufficialmente la polizia locale, il ministero degli interni greco e l’intero governo alla commissione diritti e giustizia dell’Unione Europea a Bruxelles, chiedendo l’immediato intervento dell’intera comunità continentale per intervenire subito ed evitare che la situazione peggiori.

Siamo venuti così a sapere che il più importante economista tedesco, il prof. Hans Werner Sinn, (consigliere personale di Frau Angela Merkel) sorretto da altri 50 economisti, avvalendosi addirittura dell’appoggio di un rappresentante doc del sistema bancario europeo, Sir Moorald Choudry (il vice-presidente della Royal Bank of Sctoland, la quarta banca al mondo) hanno presentato un rapporto urgente sia al Consiglio d’Europa che alla presidenza della BCE che all’ufficio centrale della commissione bilancio e tesoro dell’Unione Europea, sostenendo che “la Grecia deve uscire, subito, temporaneamente dall’euro, svalutando la loro moneta del 20/ 30%, pena la definitiva distruzione dell’economia, arrivata a un tale punto di degrado da poter essere considerata come “tragedia umanitaria” e quindi cominciare anche a ventilare l’ipotesi di chiedere l’intervento dell’Onu”.

Silenzio assoluto.

Nessuna risposta.

Censura totale.

Nessun candidato alle elezioni in Italia ha fatto menzione della situazione greca attuale.

http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=79d19a9846880762 (qui trovate il resto dell’articolo….è lungo, ma vale la pena leggerlo!)

Occhio per occhio… e il mondo diventa cieco (Gandhi)

http://www.boston.com/bigpicture/2008/12/israel_and_gaza.html

 

• da La Stampa del 27 novembre

di Massimo Gramellini

Ha scritto Claudio Magris che «se il Dalai Lama fosse un oscuro leader africano rappresentante di qualche etnia barbaramente massacrata, nessuno lo prenderebbe in considerazione». Ma a maggior ragione vale il paradosso opposto: se a detestarlo fosse un oscuro Stato africano, nessuno in Italia si farebbe problemi nell’accoglierlo. Invece l’ira della Cina per la visita imminente ha provocato tremolii diffusi alle ginocchia della politica romana. La linea l’ha data Bertinotti, pacifista dell’Arcobaleno, nel senso che ne fa di tutti i colori: ha negato al Dalai Lama l’aula di Montecitorio, dove un suo discorso avrebbe alzato pericolosamente la media della sintassi, e lo ha relegato in Sala Gialla, che fra l’altro si intona di più ai cinesi. Abbacinati da una simile prova di equilibrismo, i colleghi del presidente della Camera si stanno attrezzando. Prodi medita di ricevere l’ospite a Palazzo Chigi, ma non dentro: sull’uscio e in equilibrio su una gamba sola, per dissociarsi dall’incontro con almeno la metà del corpo. D’Alema, già convertito in Dalai Lema, troverà più prudente tornare al soprannome di gioventù: DaleMao. Il mandarino Vhel Tro Nhi, che in cuor suo dedicherebbe al Tibet una mostra, una piazza e una marca di ghiaccioli, si limiterà a ricevere il Dalai Lama ma anche l’ambasciatore di Pechino. L’unico a non tentennare sembra lo scioglitore di partiti Berlusconi. Si appresta a presentare al Dalai Lama un progetto di scioglimento proporzionale della Cina e dei ghiacci dell’Himalaia, che lascerà il sant’uomo senza fiato, anche se con una lieve perplessità: perché d’ora in poi dovrebbe farsi chiamare Vice Dalai? 

• da La Stampa del 23 giugno di Luca Ricolfi

Dunque domenica si sceglie. Ridotto all’osso il dilemma è questo: dire sì a una riforma che non funzionerà (quella del centro-destra), o tenerci una riforma che ha già dimostrato di non funzionare (quella del centro-sinistra)?

E’ paradossale, ma la realtà è che i due schieramenti riconoscono che le rispettive riforme costituzionali, entrambe imposte a colpi di maggioranza, «sono migliorabili», un eufemismo che nel linguaggio della politica traduce il più crudo «sono un pasticcio». Nello stesso tempo, anziché dirci in modo esplicito come intenderebbero correggerle, impiegano tutte le loro energie nel terrorizzare gli elettori su quel che accadrebbe se vincessero «gli altri».

Il risultato, come sempre in questi casi, sarà che la maggioranza degli italiani non andrà a votare, mentre la minoranza che andrà a votare si dividerà abbastanza equilibratamente fra la sub-minoranza che corre alle urne perché teme che tutto cambi in peggio, e la sub-minoranza che corre alle urne perché teme che nulla cambi in meglio.

Esiste un’alternativa? No, però, almeno una cosa possiamo cercare di farla: sgombrare il campo da bufale e specchietti per le allodole.

Lo specchietto per le allodole più penoso è la riduzione del numero dei parlamentari: il centro-destra ci sta puntando molto, ma la differenza fra un Parlamento di 1000 membri e un Parlamento di 800 è sostanzialmente irrilevante per il funzionamento del Parlamento stesso, e ha effetti assolutamente irrisori sul bilancio pubblico. Se l’argomento viene sbandierato con tanta insistenza è solo perché è uno dei pochi aspetti della riforma comprensibile a chiunque, e condivisibile da tutti. Ma votare una riforma che cambia radicalmente il funzionamento della nostra democrazia solo perché taglia del 20% il numero dei parlamentari, è come comprare un’auto da corsa perché ti danno in omaggio un video con il cartone animato dei Simpson.

La bufala più grande, invece, l’ha tirata fuori il centro-sinistra negli ultimi giorni per spaventare i cittadini del Nord: adottare la devolution costerebbe la bellezza di 250 miliardi di euro (16 punti di Pil!), dunque più o meno otto volte la correzione strutturale ipotizzata dal Governatore della Banca d’Italia per risanare i nostri conti pubblici (2 punti di Pil). Non sarebbe neanche il caso di menzionare un’assurdità simile, se essa non avesse ricevuto un notevole spazio su giornali, televisioni e Internet: eppure basta uno sguardo ai conti pubblici per rendersi conto che a una simile cifra non si arriverebbe neppure se si duplicasse l’intera spesa sanitaria e scolastica, compresi gli stipendi di medici e insegnanti nonché tutti gli acquisti di beni intermedi!

Sgombrato il campo dagli argomenti più rozzi e demagogici, restano le legittime paure dei difensori del no e dei difensori del sì.

I difensori del no temono che, in caso di vittoria del sì, il governo Prodi si indebolisca, e non abbia la forza di bloccare l’entrata in vigore della nuova Costituzione, che essi considerano oltremodo dannosa per l’Italia. L’argomento è discutibile, perché Parlamenti e governi hanno sempre trovato il modo di aggirare la volontà popolare (ricordate il referendum sul finanziamento pubblico dei partiti?), e nel caso in questione, chiunque vinca, la «volontà popolare» difficilmente rappresenterà più del 20% del corpo elettorale. E tuttavia la preoccupazione non è infondata: se prevalessero i sì, e Prodi dovesse cadere, e infine la Cdl vincesse nuove elezioni, sarebbe difficile evitare la progressiva entrata in vigore della nuova Costituzione. Dunque chi teme (giustamente, a mio parere) che essa non funzionerebbe, ha buone ragioni per preoccuparsi di una vittoria dei sì.

I difensori del sì, per parte loro, temono che in caso di vittoria del no tutto si blocchi. E’ vero, Fassino ha promesso che – una volta incassato il no e tolto di mezzo il brutto anatroccolo della devolution – il centro-sinistra sarebbe pronto ad aprire il dialogo con l’opposizione alla ricerca di una terza soluzione, capace di lasciarsi alle spalle sia la riforma imposta dal centro-sinistra nel 2001, sia quella imposta dal centro-destra nel 2006. E tuttavia i difensori del sì non hanno tutti i torti ad obiettargli che lo scenario più probabile è un altro: la vittoria dei no rafforzerebbe soprattutto i custodi più intransigenti dell’ortodossia costituzionale, e i riformisti del centro-sinistra – per salvare l’unità della coalizione – finirebbero per doversi arrendere alle forze conservatrici.

Così si torna al problema iniziale: i nostri politici ci vogliono far scegliere fra due soluzioni che essi stessi giudicano insoddisfacenti. Sicché viene naturale chiedersi: come mai non hanno pensato di mettersi d’accordo prima del voto su una terza soluzione, impegnandosi solennemente a sostenerla quale che sia l’esito del referendum?

La risposta è semplice: perché qualsiasi soluzione ben definita avrebbe creato divisioni sia nella maggioranza sia nell’opposizione, e né Prodi né Berlusconi vogliono rischiare la propria leadership assumendo posizioni chiare e impegnative. A dispetto del continuo richiamo al dialogo, quel che i leader dei due schieramenti ci stanno chiedendo è solo una delega in bianco: fateci vincere, e poi penseremo noi a usare nel modo migliore la forza che voi ci avrete dato.

Niente di strano, è la politica. Ma la politica non può stupirsi se il gioco non ci appassiona più di tanto.


Niente di strano che tanti cittadini ne abbiano pieni i maroni  o che si sentono presi in giro!  Le bufale credo siano molto di piu, ma visto  che non posso in tutta coscienza dire sì o no in toto  alla modifica di ben 53 articoli (!!!) mi tocca rassegnarmi al no che è senza ombra di dubbio il male minore, tanto piu che la mia fiducia sul "mettiamoci intorno ad un tavolo"  è ai minimi termini…e dunque per delle riforme necessarie e non pasticciate aspetterò ancora e ancora…magari tra trent’anni quando certi signori della politica saranno spariti dalla scena…
Buon voto!

 

• da Il Foglio del 25/05
di Angiolo Bandinelli

I quattro Vangeli (Matteo 21, 12-17, Marco 11, 15-19, Luca 19, 45-48, Giovanni 2, 14-16) raccontano in perfetta concordanza l’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio di Gerusalemme, con Gesù che rovescia i tavoli dei cambiavalute e chiede rispetto per la sua casa, la casa di “preghiera”. L’episodio è famoso, non sarò io a darne una nuova lettura, magari con pretesa di originalità. Vorrei, però, avanzare qualche modesta osservazione. In primo luogo, mi pare che nel Nuovo Testamento si incontri la moneta un paio di volte, con usi e significato assai diversi: una – e anche qui Gesù è protagonista – come segno del potere temporale del Cesare, l’altra come obolo offerto da Pietro al povero. Nell’episodio di cui parliamo la moneta assolve ad una terza funzione, forse la sua più tipica.Ma Gesù, mentre rovescia i tavoli dove essa viene scambiata e venduta inquinando la casa di Dio, scaccia via anche i mercanti, i cambiavalute. Moneta e mercante, moneta e usuraio sono identificati. E’ la loro funzione complessiva a esser condannata. Eppure, la presenza nel tempio di mercanti, di cambiavalute e/o di banchieri/usurai, era usanza comune nei popoli dell’antichità per i quali il recinto sacro era un punto focale della città, luogo di preghiera ma contemporaneamente bazar multicolore brulicante di vita, cittadini e viandanti. Perché Gesù è così intollerante?
Quella del mercante è una strana figura sociale. Non ha mai goduto di molta stima. Shakespeare, Manzoni, lo trattano malissimo. La sua moralità appare sospetta, lo si considera un bugiardo nato, un imbroglione portato a venderti per buona merce avariata, perfino un potenziale ladro. Il suo mestiere, scambiare merce con merce o con denaro, è visto come inutile e parassitario. E c’è di peggio: marxianamente, il mercante arriva a trasformare la qualità stessa della mercanzia, riducendola tutta a moneta: diventa moneta il moggio di grano, la perla, ma anche l’uomo: l’operaio con le sue braccia di cui parla Marx, lo schiavo o la prostituta.
Questa misteriosa capacità alchemica che il mercante usa come un prestigiatore è sempre apparsa, alla gente comune, un imbroglio, una soperchieria. Il mercante azzera, livella tutto nella unità di misura del denaro. E ancora: insieme al suo interlocutore – il banchiere/usuraio – costui manipola una funzione altrettanto inspiegabile. Per lui, letteralmente, il tempo è denaro, nel senso che l’interesse richiesto o concesso sul prestito, sul finanziamento delle attività produttive, ha come misura il tempo. Io ti presto una lira per un giorno, per una settimana o per un anno, e tu me la restituirai con un interesse che cresce: con il tempo, appunto. L’agricoltore sgobba a produrre il grano, il fabbro suda sul suo mantice. Il banchiere/usuraio ingrassa facendo nulla, solo misurando il tempo che scorre. A questo punto, se io fossi abilitato all’esegesi evangelica, osserverei che per ripulire il suk dai “piccioni” e dalle “pecore” menzionate da Giovanni basterebbe un sacerdote. Gesù, ovviamente, deve mirare più in alto. Non può essere da meno di Marx. E infatti: egli è venuto per parlare della città divina e di un tempo del tutto diverso, per funzione ed essenza: il tempo del sacro, il tempo di Dio, proiettato immobilmente verso la contemplazione dell’“altro”, non misurabile in termini di interesse. Gesù sente dunque come diretti avversari coloro che strumentalizzano il tempo, mercificandolo non meno dell’uomo. Ma qui insorgono le perplessità del laico: mercanti e usurai costruiscono, piaccia o no, la città terrena; senza il cambio e il livellamento di ogni cosa in moneta, unità neutra di misura, la società civile non esisterebbe. Solo in società ultraprimitive, nelle quali ogni individuo produce di tutto – tutto e male – non vi è divisione delle funzioni. Senza mercificazione e interesse, la società ricadrebbe a tali livelli, non più accettabili. Dunque, di fronte al mercante, città terrena e città divina si scontrano in un conflitto insanabile, irresolubile. Il gestore del sacro non potrà mai scendere a patti. Dovendo scegliere, invece, il laico non potrà avere dubbi. Sullo scambio, sulle merci e la mercificazione lui ci vive, assieme a tutti noi.
 

intervista a Emma Bonino.
• da Grazia

di Stefania Rossetti
 
Onorevole Bonino…
 
“Emma”.
 
Emma, perché dici di non voler parlare dei fatti tuoi? Tutto quello che sei oggi è cominciato con un tuo outing. Quando, nel 1975, hai detto di avere abortito (e per questo sei stata arrestata)…
 
“Ho raccontato di aver abortito, non quello che ho provato a farlo”.
 
Puoi dirlo adesso.
 
“Solitudine, umiliazione, rabbia e un gran bisogno che tutto finisse subito. Quando mi hanno chiesto di scegliere fra le varie tecniche possibili, ho detto: fate voi, non voglio saperne niente. Ero spaventata. Non potevo prevedere che per anni avrei lavorato su questi temi, che la mia solitudine sarebbe diventata indignazione, e poi impegno politico…”.
 
Non ha mai pensato di aver sbagliato?
 
“Ad abortire? Mai, nemmeno quando, negli anni ’80, ho cominciato a volere un figlio. Non ho mai pensato a quello che non avevo avuto: era una storia diversa, io ero una donna diversa…”.
 
 
Quanto hai desiderato questo figlio che non hai?
 
“Abbastanza per andare in Svizzera e tentare la fecondazione assistita. Non abbastanza per provarci più di due volte”.
 
Perché lo volevi?
 
“Perché avevo l’età in cui uno si dice: o ora o mai più. E perché le due bambine che avevo avuto in affido per quattro anni erano tornate dai loro genitori. Rimanere sola è stato un dolore immenso. Mi svegliavo al mattino senza che nessuno mi saltasse addosso, tornavo a casa la sera e c’era un silenzio orribile. All’improvviso più nessuno mi faceva sentire indispensabile, buona”.
 
Dunque quando discuti, da politica, di fecondazione assistita sai del dolore di cui stai parlando…
 
“Lo saprei anche se non avessi cercato un figlio: io conosco il dolore, comunque. L’ho attraversato”.
 
Quando?
 
“Oh, molte volte. Una per tutte: quando Roberto (Cicciomessere, ndr) mi ha lasciata, dopo più di dieci anni. Se ne è andato di colpo. Per molto tempo non sono riuscita a crederci: ero presuntuosa al punto da pensare che non fosse vero”.
 
Forse più che di presunzione si tratta di paura?
 
“Quando l’ho capita sono stata invasa dal dolore. E da altri sentimenti meno nobili”.
 
Quali?
 
“Mi umiliava l’idea che mi avesse lasciata per una ragazzina di 24 anni. Un colpo a tutto quello che pensavo di noi”.
 
Non sarà nobile, ma è maledettamente umano.
 
“Umano sì. Tutto il dolore lo è…”.
 
Non pensi di aver sbagliato a parlare di aborto, fecondazione assistita sempre come di diritti e non anche come di ferite?
 
“Non ho mai parlato di diritto all’aborto, ma di diritto a una maternità scelta. E non ho la presunzione di curare il dolore di altri”.
 
E il tuo?
 
“Adesso che mi ci fai pensare, è vero: persino con le mie amiche ho parlato poco di questo. Sarà perché il rapporto con le donne è stato una scoperta relativamente recente…”.
 
Prima?
 
“Facevo molta vita pubblica e molta vita di coppia. Quando avevo un po’ di tempo stavo con il mio compagno. Noi due soli”.
 
Vivevate qui?
 
“No, ognuno a casa propria. Non ho mai convissuto. Io non sono capace di dire: “Per sempre”.
 
Eppure “per sempre” ti sei votata alla politica.
 
“E’ vero”.
 
E a Marco Pannella: cosa provi per lui?
 
“La lingua italiana, per fortuna, ha molte declinazioni della parola amore. Io a Marco ‘voglio bene’. Direi che questa è la definizione perfetta. Il che non ci impedisce di essere lunghissimi periodi di silenzio… A volte lo sento troppo distante. E ho bisogno di allontanarlo. Marco è stato, e resta, la persona che più mi ha incoraggiata, stimata, forse addirittura sopravvalutata. Mi ha obbligata a fare cose che io credevo di non poter fare. Avevo paura”.
 
Paura?
 
“Io ho sempre paura, di tutto. Paura di parlare in pubblico, di andare in televisione, di fare cose qualunque…”.
 
Tu giri il mondo…
 
“Mi obbligo. Domino l’ansia: ma c’è”.
 
Che cosa ti consola?
 
“Piango moltissimo, da sola”.
 
Dove?
 
“Su questo divano. Mi appallottolo qui e piango. Poi dopo un po’ mi alzo e faccio qualcosa. Di solito salgo in terrazzo e poto le piante. Che sono il mio orgoglio e la mia consolazione. Un giorno, piangendo, le ho potate al punto da raderle al suolo. C’erano già le prime gemme: non ho avuto fiori, quella primavera”.
 
Ti sei fatta del male? Hai paura di restare sola?
 
“Lo sono sempre. Sola intimamente, politicamente. Ma la solitudine concreta non mi pesa. La mia domenica ideale è in pigiama a bighellonare per casa”.
 
E’ bello qui, raccolto e luminoso…
 
“Questa casa me l’ha comperata mia madre. E’ stato quando le due bambine in affido se ne sono andate: vivere lì dove ero stata con loro, per me, era uno strazio. E così lei mi ha comperato questa strana casa con molte scale. E non me l’ha intestata…Aveva paura che la vendessi per dare soldi al partito. Aveva ragione: ho tentato di ipotecarla. Non ti dico quando l’ha saputo”.
 
Che tipo era tua madre?
 
“Quando nel 1975 mi hanno arrestata, ha detto ai giornalisti: “Io ho tre figli molto diversi fra loro: e sono orgogliosa di tutti e tre”. La morte di mia madre, tre anni fa, mi ha lasciata completamente svuotata. E’ morta molto lentamente: seduta accanto al suo letto vedevo l’ematoma che le saliva dalle gambe, portandole via la vita centimetro dopo centimetro. Se n’è andata guardando negli occhi me e mia sorella. Di colpo ho capito di non essere più di nessuno: non sono mai stata moglie, mai madre. Sono sempre stata solo una figlia e adesso…”.
 
E adesso?
 
“Vedo un gruppo di amiche: tutte ultracinquantenni, pacificate con se stesse. Persino io comincio a piacermi”.
 
E’ vero che con l’ultimo sciopero della sete (nel 2001) hai perso sette denti?
 
“E’ vero. Mi sono procurata un principio di piorrea. Lo sciopero della sete è spietato: individua il tuo lato debole e lo fa a pezzi”.
 
E l’amore? Sei una di quelle che dicono: ‘Con gli uomini ho chiuso?’
 
“Perché? Io non escludo di trovare un nuovo compagno”.
 
Come lo vuoi?
 
“Come l’ho avuto: chiuso, introverso, silenzioso”. 

 
Ma quanto mi piace questa Donna!

letto e segnalato da Plilina

Postato da ViktorNavorski  su squittoinindia (cliccate per leggere il testo)

 

 
Aborti zero (con questa legge)
• da Corriere della Sera del 12 gennaio 2006
di Barbara Palombelli
Giù le mani dalla 194. Quante volte lo abbiamo detto, scritto, letto? Tante. Non basta? Diciamolo ancora. La legalizzazione di una tragedia personale come l’interruzione volontaria di gravidanza è un diritto acquisito, frutto di anni di battaglie, politiche e individuali.
 Non va discusso, nè tantomeno immaginato, anche un solo passo indietro. Si manifesta giustamente e si manifesterà ancora, eccome, per ricordare ai governi e ai parlamenti che ci sono e che verranno… Fine della premessa, assolutamente sincera. Giuramento annesso: sono disponibile per ogni iniziativa che tenga fermo il principio della legalità e della gratuità dell’aborto. Ora e sempre. Posso dire — tuttavia — che quel numero, quella cifra di vite interrotte ogni anno, mi turba e mi inquieta? Sono circa 130 mila i bambini non nati, in Italia, nel 2004 e una cifra più o meno equivalente nel 2005. Posso dire che trovo anche maledettamente insopportabile quella aggiunta, «ma quasi la metà erano donne straniere…», come se le colf e le badanti che ci aiutano a vivere, lavora re, crescere i figli e assistere i nostri anziani, fossero donne di serie B? Mi fa rabbia, tanta rabbia, vedere che — ogni volta che si torna sulle questioni legate alle nascite — esse non vengano messe in relazione con la precarietà del lavoro, con la durissima legge numero 30, con l’assenza dei servizi, dell’assistenza e dei sostegni per la maternità che non siamo state in grado di ottenere da un potere che è sempre e soltanto maschile. No, le nascite e le non-nascite sono, per tantissimi, soltanto «problemi di donne». Nel senso che le donne (sottinteso: capricciose e poco serie) debbono occuparsi delle conseguenze dei loro atti. E’ simmetrico, il ragionamento: abortisti estremi e antiabortisti ossessivi, entrambi gli schieramenti vogliono tenere fuori l’intera società dal problema. E invece no. Le cose non stanno così. I diritti in questione sono due, almeno. Il diritto di avere un figlio e il diritto sofferto di non averlo: vanno difesi entrambi, pienamente, a testa alta. Che razza di società è una società che difende la foglia d’erba e il cucciolo della foca monaca, perfino gli storni che stanno distruggendo il centro storico di Roma, e che costringe all’aborto 130 mila donne ogni anno? (se lo chiedeva Adriano Sofri, in un bellissimo articolo che uscì molti anni fa su Reporter). Chi volesse lanciare una sfida autentica, seriamente di sinistra, veramente rivoluzionaria, dovrebbe dire: poniamoci l’obbiettivo di portare a zero quella cifra immensa. Senza toccare la 194, diciamo: in dieci anni, proviamo ad azzerare il dramma che oggi porta centinaia di migliaia di italiane e di italiani potenziali nelle discariche degli ambulatori degli ospedali pubblici. Lavoriamo perché rinascano e funzionino davvero i consultori, perché la pillola del mese prima e quella del giorno dopo diventino più sicure, perché il lavoro non sia mai tolto a chi è in attesa di un nuovo cittadino/a, perché insieme — tutti noi, genitori e figli, uomini e donne, politici e giornalisti possiamo far nascere la speranza di una seria prevenzione che scongiuri le nascite non desiderate e intanto prepariamo un’accoglienza generosa nei confronti di chi intende portare a termine da sola, da giovane, da immigrata, da clandestina — una gravidanza. Accontentarsi degli slogan, delle bandiere consumate, delle grida, mi pare poco, pochissimo, trent’anni dopo le battaglie per la doverosa legalizzazione. Non mi basta, pensare che un giorno potrò dire a una figlia: è legale, prendi il numeretto. Certo, le nostre madri lasciarono interamente a noi l’onere di certe decisioni (che ancora pesano tanto, soprattutto su quelle che poi, al momento giusto, i figli non li hanno più avuti). Ma tre decenni non sono passati invano: mi piacerebbe che le ragazzine di oggi fossero più informate — liberamente e allegramente — sui metodi contraccettivi, dalla scuola. Mi piacerebbe che trovassero aiuto nella società e non soltanto nella famiglia— se decidessero di fare la pazzia, oggi molto diffusa fra le giovanissime negli Stati Uniti, di tenersi una creatura. E’ la pazzia più bella del mondo, nonostante tutto.
 

Una mia piccola impronta in libreria

Un'opera del "Web Writers Group's - Libera associazione di scrittura solidale" che devolve l'intero ricavato della vendita di questo libro, per le finalità benefiche ed assistenziali della LAIF di Roma. Scritto da 34 bloggers di 23 città d'Italia con 60 opere tra poesie e racconti per un totale di 171 pagine sul tema dell'infanzia. Introduzione di Maurizio Mannoni. Il libro è acquistabile in rete presso sito dell'editore, cliccando sull'immagine della copertina.
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