• da La Stampa del 27 novembre

di Massimo Gramellini

Ha scritto Claudio Magris che «se il Dalai Lama fosse un oscuro leader africano rappresentante di qualche etnia barbaramente massacrata, nessuno lo prenderebbe in considerazione». Ma a maggior ragione vale il paradosso opposto: se a detestarlo fosse un oscuro Stato africano, nessuno in Italia si farebbe problemi nell’accoglierlo. Invece l’ira della Cina per la visita imminente ha provocato tremolii diffusi alle ginocchia della politica romana. La linea l’ha data Bertinotti, pacifista dell’Arcobaleno, nel senso che ne fa di tutti i colori: ha negato al Dalai Lama l’aula di Montecitorio, dove un suo discorso avrebbe alzato pericolosamente la media della sintassi, e lo ha relegato in Sala Gialla, che fra l’altro si intona di più ai cinesi. Abbacinati da una simile prova di equilibrismo, i colleghi del presidente della Camera si stanno attrezzando. Prodi medita di ricevere l’ospite a Palazzo Chigi, ma non dentro: sull’uscio e in equilibrio su una gamba sola, per dissociarsi dall’incontro con almeno la metà del corpo. D’Alema, già convertito in Dalai Lema, troverà più prudente tornare al soprannome di gioventù: DaleMao. Il mandarino Vhel Tro Nhi, che in cuor suo dedicherebbe al Tibet una mostra, una piazza e una marca di ghiaccioli, si limiterà a ricevere il Dalai Lama ma anche l’ambasciatore di Pechino. L’unico a non tentennare sembra lo scioglitore di partiti Berlusconi. Si appresta a presentare al Dalai Lama un progetto di scioglimento proporzionale della Cina e dei ghiacci dell’Himalaia, che lascerà il sant’uomo senza fiato, anche se con una lieve perplessità: perché d’ora in poi dovrebbe farsi chiamare Vice Dalai? 

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