• da La Stampa del 23 giugno di Luca Ricolfi

Dunque domenica si sceglie. Ridotto all’osso il dilemma è questo: dire sì a una riforma che non funzionerà (quella del centro-destra), o tenerci una riforma che ha già dimostrato di non funzionare (quella del centro-sinistra)?

E’ paradossale, ma la realtà è che i due schieramenti riconoscono che le rispettive riforme costituzionali, entrambe imposte a colpi di maggioranza, «sono migliorabili», un eufemismo che nel linguaggio della politica traduce il più crudo «sono un pasticcio». Nello stesso tempo, anziché dirci in modo esplicito come intenderebbero correggerle, impiegano tutte le loro energie nel terrorizzare gli elettori su quel che accadrebbe se vincessero «gli altri».

Il risultato, come sempre in questi casi, sarà che la maggioranza degli italiani non andrà a votare, mentre la minoranza che andrà a votare si dividerà abbastanza equilibratamente fra la sub-minoranza che corre alle urne perché teme che tutto cambi in peggio, e la sub-minoranza che corre alle urne perché teme che nulla cambi in meglio.

Esiste un’alternativa? No, però, almeno una cosa possiamo cercare di farla: sgombrare il campo da bufale e specchietti per le allodole.

Lo specchietto per le allodole più penoso è la riduzione del numero dei parlamentari: il centro-destra ci sta puntando molto, ma la differenza fra un Parlamento di 1000 membri e un Parlamento di 800 è sostanzialmente irrilevante per il funzionamento del Parlamento stesso, e ha effetti assolutamente irrisori sul bilancio pubblico. Se l’argomento viene sbandierato con tanta insistenza è solo perché è uno dei pochi aspetti della riforma comprensibile a chiunque, e condivisibile da tutti. Ma votare una riforma che cambia radicalmente il funzionamento della nostra democrazia solo perché taglia del 20% il numero dei parlamentari, è come comprare un’auto da corsa perché ti danno in omaggio un video con il cartone animato dei Simpson.

La bufala più grande, invece, l’ha tirata fuori il centro-sinistra negli ultimi giorni per spaventare i cittadini del Nord: adottare la devolution costerebbe la bellezza di 250 miliardi di euro (16 punti di Pil!), dunque più o meno otto volte la correzione strutturale ipotizzata dal Governatore della Banca d’Italia per risanare i nostri conti pubblici (2 punti di Pil). Non sarebbe neanche il caso di menzionare un’assurdità simile, se essa non avesse ricevuto un notevole spazio su giornali, televisioni e Internet: eppure basta uno sguardo ai conti pubblici per rendersi conto che a una simile cifra non si arriverebbe neppure se si duplicasse l’intera spesa sanitaria e scolastica, compresi gli stipendi di medici e insegnanti nonché tutti gli acquisti di beni intermedi!

Sgombrato il campo dagli argomenti più rozzi e demagogici, restano le legittime paure dei difensori del no e dei difensori del sì.

I difensori del no temono che, in caso di vittoria del sì, il governo Prodi si indebolisca, e non abbia la forza di bloccare l’entrata in vigore della nuova Costituzione, che essi considerano oltremodo dannosa per l’Italia. L’argomento è discutibile, perché Parlamenti e governi hanno sempre trovato il modo di aggirare la volontà popolare (ricordate il referendum sul finanziamento pubblico dei partiti?), e nel caso in questione, chiunque vinca, la «volontà popolare» difficilmente rappresenterà più del 20% del corpo elettorale. E tuttavia la preoccupazione non è infondata: se prevalessero i sì, e Prodi dovesse cadere, e infine la Cdl vincesse nuove elezioni, sarebbe difficile evitare la progressiva entrata in vigore della nuova Costituzione. Dunque chi teme (giustamente, a mio parere) che essa non funzionerebbe, ha buone ragioni per preoccuparsi di una vittoria dei sì.

I difensori del sì, per parte loro, temono che in caso di vittoria del no tutto si blocchi. E’ vero, Fassino ha promesso che – una volta incassato il no e tolto di mezzo il brutto anatroccolo della devolution – il centro-sinistra sarebbe pronto ad aprire il dialogo con l’opposizione alla ricerca di una terza soluzione, capace di lasciarsi alle spalle sia la riforma imposta dal centro-sinistra nel 2001, sia quella imposta dal centro-destra nel 2006. E tuttavia i difensori del sì non hanno tutti i torti ad obiettargli che lo scenario più probabile è un altro: la vittoria dei no rafforzerebbe soprattutto i custodi più intransigenti dell’ortodossia costituzionale, e i riformisti del centro-sinistra – per salvare l’unità della coalizione – finirebbero per doversi arrendere alle forze conservatrici.

Così si torna al problema iniziale: i nostri politici ci vogliono far scegliere fra due soluzioni che essi stessi giudicano insoddisfacenti. Sicché viene naturale chiedersi: come mai non hanno pensato di mettersi d’accordo prima del voto su una terza soluzione, impegnandosi solennemente a sostenerla quale che sia l’esito del referendum?

La risposta è semplice: perché qualsiasi soluzione ben definita avrebbe creato divisioni sia nella maggioranza sia nell’opposizione, e né Prodi né Berlusconi vogliono rischiare la propria leadership assumendo posizioni chiare e impegnative. A dispetto del continuo richiamo al dialogo, quel che i leader dei due schieramenti ci stanno chiedendo è solo una delega in bianco: fateci vincere, e poi penseremo noi a usare nel modo migliore la forza che voi ci avrete dato.

Niente di strano, è la politica. Ma la politica non può stupirsi se il gioco non ci appassiona più di tanto.


Niente di strano che tanti cittadini ne abbiano pieni i maroni  o che si sentono presi in giro!  Le bufale credo siano molto di piu, ma visto  che non posso in tutta coscienza dire sì o no in toto  alla modifica di ben 53 articoli (!!!) mi tocca rassegnarmi al no che è senza ombra di dubbio il male minore, tanto piu che la mia fiducia sul "mettiamoci intorno ad un tavolo"  è ai minimi termini…e dunque per delle riforme necessarie e non pasticciate aspetterò ancora e ancora…magari tra trent’anni quando certi signori della politica saranno spariti dalla scena…
Buon voto!