• da Il Foglio del 25/05
di Angiolo Bandinelli

I quattro Vangeli (Matteo 21, 12-17, Marco 11, 15-19, Luca 19, 45-48, Giovanni 2, 14-16) raccontano in perfetta concordanza l’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio di Gerusalemme, con Gesù che rovescia i tavoli dei cambiavalute e chiede rispetto per la sua casa, la casa di “preghiera”. L’episodio è famoso, non sarò io a darne una nuova lettura, magari con pretesa di originalità. Vorrei, però, avanzare qualche modesta osservazione. In primo luogo, mi pare che nel Nuovo Testamento si incontri la moneta un paio di volte, con usi e significato assai diversi: una – e anche qui Gesù è protagonista – come segno del potere temporale del Cesare, l’altra come obolo offerto da Pietro al povero. Nell’episodio di cui parliamo la moneta assolve ad una terza funzione, forse la sua più tipica.Ma Gesù, mentre rovescia i tavoli dove essa viene scambiata e venduta inquinando la casa di Dio, scaccia via anche i mercanti, i cambiavalute. Moneta e mercante, moneta e usuraio sono identificati. E’ la loro funzione complessiva a esser condannata. Eppure, la presenza nel tempio di mercanti, di cambiavalute e/o di banchieri/usurai, era usanza comune nei popoli dell’antichità per i quali il recinto sacro era un punto focale della città, luogo di preghiera ma contemporaneamente bazar multicolore brulicante di vita, cittadini e viandanti. Perché Gesù è così intollerante?
Quella del mercante è una strana figura sociale. Non ha mai goduto di molta stima. Shakespeare, Manzoni, lo trattano malissimo. La sua moralità appare sospetta, lo si considera un bugiardo nato, un imbroglione portato a venderti per buona merce avariata, perfino un potenziale ladro. Il suo mestiere, scambiare merce con merce o con denaro, è visto come inutile e parassitario. E c’è di peggio: marxianamente, il mercante arriva a trasformare la qualità stessa della mercanzia, riducendola tutta a moneta: diventa moneta il moggio di grano, la perla, ma anche l’uomo: l’operaio con le sue braccia di cui parla Marx, lo schiavo o la prostituta.
Questa misteriosa capacità alchemica che il mercante usa come un prestigiatore è sempre apparsa, alla gente comune, un imbroglio, una soperchieria. Il mercante azzera, livella tutto nella unità di misura del denaro. E ancora: insieme al suo interlocutore – il banchiere/usuraio – costui manipola una funzione altrettanto inspiegabile. Per lui, letteralmente, il tempo è denaro, nel senso che l’interesse richiesto o concesso sul prestito, sul finanziamento delle attività produttive, ha come misura il tempo. Io ti presto una lira per un giorno, per una settimana o per un anno, e tu me la restituirai con un interesse che cresce: con il tempo, appunto. L’agricoltore sgobba a produrre il grano, il fabbro suda sul suo mantice. Il banchiere/usuraio ingrassa facendo nulla, solo misurando il tempo che scorre. A questo punto, se io fossi abilitato all’esegesi evangelica, osserverei che per ripulire il suk dai “piccioni” e dalle “pecore” menzionate da Giovanni basterebbe un sacerdote. Gesù, ovviamente, deve mirare più in alto. Non può essere da meno di Marx. E infatti: egli è venuto per parlare della città divina e di un tempo del tutto diverso, per funzione ed essenza: il tempo del sacro, il tempo di Dio, proiettato immobilmente verso la contemplazione dell’“altro”, non misurabile in termini di interesse. Gesù sente dunque come diretti avversari coloro che strumentalizzano il tempo, mercificandolo non meno dell’uomo. Ma qui insorgono le perplessità del laico: mercanti e usurai costruiscono, piaccia o no, la città terrena; senza il cambio e il livellamento di ogni cosa in moneta, unità neutra di misura, la società civile non esisterebbe. Solo in società ultraprimitive, nelle quali ogni individuo produce di tutto – tutto e male – non vi è divisione delle funzioni. Senza mercificazione e interesse, la società ricadrebbe a tali livelli, non più accettabili. Dunque, di fronte al mercante, città terrena e città divina si scontrano in un conflitto insanabile, irresolubile. Il gestore del sacro non potrà mai scendere a patti. Dovendo scegliere, invece, il laico non potrà avere dubbi. Sullo scambio, sulle merci e la mercificazione lui ci vive, assieme a tutti noi.