Una mattina come tante, io la ricordo così… avevo 13 anni…nessun segno premonitore… a scuola come sempre fino all’uscita e poi non so…ricordo la mia amica Rosanna , lei che di solito prendeva il pulmino quel giorno decide di andare alla stazione ad aspettare sua sorella che sarebbe tornata dal liceo…sì, quelli erano tempi in cui intorno mezzogiorno la stazione si animava di tanta vita…studenti che andavano o rientravano…perché decisi di punto in bianco di accompagnarla facendo un giro largo? Non lo so, fatalità…ricordo molto bene invece la sensazione appena giunte lì…un sentire nell’aria che qualcosa è successo , disagio ed ansia mentre ci avviciniamo all’ingresso…e arrivano le voci…è successa una disgrazia… un uomo è morto…dicono che forse è buttato sotto a quel treno…c’è troppa gente, una ressa di curiosi e noi con loro e rumore, troppo rumore…varchiamo la soglia dell’ingresso in mezzo alla ressa e ci ritroviamo di nuovo fuori al sole, vicine ai binari…e lo vedo, quasi denudato…il suo viso no…ma i capelli…è tutto tremendamente familiare, la canotta che porta sempre, le sue gambe…lo riconosco ma non a livello razionale, non del tutto…la mente alza la sua barriera protettiva…non ricordo di aver detto nulla…mi sono girata e sono uscita e la mia amica era lì di fianco a me che stranamente mi accompagnava fin sotto casa…e io parlo, parlo di Enzo il mio filarino col cuore però in gola… e lei  “chiamami, per qualsiasi cosa chiamami”…chiamarla? Allora non ci chiamavamo mai al telefono…non aveva mai conosciuto mio padre ma aveva capito quanto me, ancora oggi mi chiedo come……di colpo sono sola mentre salgo quella scale e l’angoscia ha smesso di giocare a nascondiglio… mi apre la porta mia mamma preoccupata, mi dice che papà è uscito e non è ancora tornato a casa…già, sono mesi che rimane chiuso in camera…la guardo e le dico “mamma, credo che papà non tornerà, è successo…”. Pochi minuti dopo bussano alla porta e quelle divise sono lì a fugare gli ultimi dubbi…
 
Oggi è la festa del papà  ma non c’entra molto, tante ne sono passate in silenzio…solo una serie di piccole circostanze di questi ultimi giorni…tra le quali  un’intervista ad Alda Merini, una donna che ammiro e rispetto profondamente , che ad una domanda della giornalista ha risposto “ lei vuole farmi piangere?” “no, certo che no” “ e invece sì, perché parlare e ricordare vuol dire svegliare il dolore, buttiamoci le cose alle spalle…”.
 
Ecco io non sono del tutto d’accordo…quel dolore nel tempo cambia pelle e le parole servono ad annientare i fantasmi…il dolore è un passaggio obbligato per "capire"…e poi una persona mi ha ricordato con il suo dolore come certi eventi possano scatenare una serie di reazioni a catena, come ognuno di noi possa venire travolto da ondate gigantesche e sbattuto  su una spiaggia che non è più la stessa…e poi? T’incammini e la strada è irta di ostacoli che prima non c’erano e il resto è la storia di quello che siamo riusciti a superare o meno, è la nostra storia, quello che siamo….
 
Ho scritto e non scritto pensando a te che stai disteso su quel letto…e penso a quanto vorrei che tu uscissi, non per andare alla stazione…non esiste più quella stazione come la ricordo, è semi abbandonata e non ci lavora più nessuno, resta lì, simbolo di tante altre vite cambiate all’improvviso e quando posso ci vado per dimostrare a me stessa che non provo piu paura o disagio ma solo una malinconica tristezza… pensa a me e pensa a te stesso … pensa alla piu grande responsabilità che abbiamo, quella verso noi stessi…devi andare fuori al sole, correre incontro alle cose che ancora puoi vivere. Non è tardi!
 
Un abbraccio fortissimo.MUAH!!!