In un mondo che da almeno cent’anni non crede più in Dio, e dove sono i computer, non gli oracoli, a predire il futuro, il fatalismo romantico si avvicina pericolosamente al misticismo […]
 
E’ comprensibile, comunque, che immersi come siamo nel caos, tendiamo a stemperare l’ossessiva paura del contingente convincendoci che certe cose ci capitano perché così dev’essere, quindi conferendo intenzionalmente al caos della vita un sostegno e una direzione. Sebbene i dadi possano cadere in gran numero di combinazioni, freneticamente noi redigiamo modelli deterministici, soprattutto volendo credere all’inevitabilità che un giorno ci innamoreremo. Ci illudiamo quindi che l’incontro con chi ci riscatta, oggettivamente accidentale e quindi poco probabile, sia stato pre-scritto in una pergamena che lentamente si spiega…
Cosa c’è dietro a questa tendenza a leggere le cose come parte di un destino? Forse solo il suo opposto, l’ansia della contingenza, il timore che quel po’ di significato che ha la nostra vita derivi soltanto dalle nostre scelte, che non ci sia la pergamena e che ciò che può, o non può, accaderci non abbia nessun significato oltre a quello che noi decidiamo di attribuirgli; in breve, l’ansia che nessun Dio ci dica la nostra storia e quindi assicuri i nostri amori.
 
Il fatalismo romantico era senza dubbio un mito e un’illusione, ma non c’è nessuna ragione per liquidarlo come una sciocchezza. I miti possono caricarsi di un’importanza che va oltre il loro originario significato, non è necessario credere alle divinità greche per riconoscere che ci trasmettono, riguardo la mente umana, un messaggio vitale. […]
 
Facendoci scudo del fatalismo romantico, cerchiamo di eludere l’inconcepibile sospetto che il bisogno di amare venga sempre prima del nostro amore per qualcuno in particolare […]
 
Il mio errore fu confondere il destino ad amare con il destino ad amare una certa persona.
 
"esercizi d’amore" Alain Botton