Aborti zero (con questa legge)
• da Corriere della Sera del 12 gennaio 2006
di Barbara Palombelli
Giù le mani dalla 194. Quante volte lo abbiamo detto, scritto, letto? Tante. Non basta? Diciamolo ancora. La legalizzazione di una tragedia personale come l’interruzione volontaria di gravidanza è un diritto acquisito, frutto di anni di battaglie, politiche e individuali.
 Non va discusso, nè tantomeno immaginato, anche un solo passo indietro. Si manifesta giustamente e si manifesterà ancora, eccome, per ricordare ai governi e ai parlamenti che ci sono e che verranno… Fine della premessa, assolutamente sincera. Giuramento annesso: sono disponibile per ogni iniziativa che tenga fermo il principio della legalità e della gratuità dell’aborto. Ora e sempre. Posso dire — tuttavia — che quel numero, quella cifra di vite interrotte ogni anno, mi turba e mi inquieta? Sono circa 130 mila i bambini non nati, in Italia, nel 2004 e una cifra più o meno equivalente nel 2005. Posso dire che trovo anche maledettamente insopportabile quella aggiunta, «ma quasi la metà erano donne straniere…», come se le colf e le badanti che ci aiutano a vivere, lavora re, crescere i figli e assistere i nostri anziani, fossero donne di serie B? Mi fa rabbia, tanta rabbia, vedere che — ogni volta che si torna sulle questioni legate alle nascite — esse non vengano messe in relazione con la precarietà del lavoro, con la durissima legge numero 30, con l’assenza dei servizi, dell’assistenza e dei sostegni per la maternità che non siamo state in grado di ottenere da un potere che è sempre e soltanto maschile. No, le nascite e le non-nascite sono, per tantissimi, soltanto «problemi di donne». Nel senso che le donne (sottinteso: capricciose e poco serie) debbono occuparsi delle conseguenze dei loro atti. E’ simmetrico, il ragionamento: abortisti estremi e antiabortisti ossessivi, entrambi gli schieramenti vogliono tenere fuori l’intera società dal problema. E invece no. Le cose non stanno così. I diritti in questione sono due, almeno. Il diritto di avere un figlio e il diritto sofferto di non averlo: vanno difesi entrambi, pienamente, a testa alta. Che razza di società è una società che difende la foglia d’erba e il cucciolo della foca monaca, perfino gli storni che stanno distruggendo il centro storico di Roma, e che costringe all’aborto 130 mila donne ogni anno? (se lo chiedeva Adriano Sofri, in un bellissimo articolo che uscì molti anni fa su Reporter). Chi volesse lanciare una sfida autentica, seriamente di sinistra, veramente rivoluzionaria, dovrebbe dire: poniamoci l’obbiettivo di portare a zero quella cifra immensa. Senza toccare la 194, diciamo: in dieci anni, proviamo ad azzerare il dramma che oggi porta centinaia di migliaia di italiane e di italiani potenziali nelle discariche degli ambulatori degli ospedali pubblici. Lavoriamo perché rinascano e funzionino davvero i consultori, perché la pillola del mese prima e quella del giorno dopo diventino più sicure, perché il lavoro non sia mai tolto a chi è in attesa di un nuovo cittadino/a, perché insieme — tutti noi, genitori e figli, uomini e donne, politici e giornalisti possiamo far nascere la speranza di una seria prevenzione che scongiuri le nascite non desiderate e intanto prepariamo un’accoglienza generosa nei confronti di chi intende portare a termine da sola, da giovane, da immigrata, da clandestina — una gravidanza. Accontentarsi degli slogan, delle bandiere consumate, delle grida, mi pare poco, pochissimo, trent’anni dopo le battaglie per la doverosa legalizzazione. Non mi basta, pensare che un giorno potrò dire a una figlia: è legale, prendi il numeretto. Certo, le nostre madri lasciarono interamente a noi l’onere di certe decisioni (che ancora pesano tanto, soprattutto su quelle che poi, al momento giusto, i figli non li hanno più avuti). Ma tre decenni non sono passati invano: mi piacerebbe che le ragazzine di oggi fossero più informate — liberamente e allegramente — sui metodi contraccettivi, dalla scuola. Mi piacerebbe che trovassero aiuto nella società e non soltanto nella famiglia— se decidessero di fare la pazzia, oggi molto diffusa fra le giovanissime negli Stati Uniti, di tenersi una creatura. E’ la pazzia più bella del mondo, nonostante tutto.
 

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